Quel legame tra cistite e intestino

Cinque a uno: si ritiene che sia questa la proporzione tra i due sessi rispetto all’infiammazione delle vie urinarie. Naturalmente il rapporto è tutto a svantaggio del sesso femminile. La causa, come noto, è essenzialmente anatomica: il fatto che l’uretra sia a pochissima distanza, rispetto a quanto accade nel corpo maschile, dall’orifizio anale.

Ne consegue che i batteri intestinali possono passare nelle vie urinarie con più facilità, provocando fastidiose infezioni, con il loro corollario di sintomi come dolore, sangue e minzione frequente. La maggior esposizione femminile all’aggressione batterica alle vie urinarie potrebbe però essere la chiave per prevenirle. Alcuni scienziati e ricercatori stanno infatti valutando la possibilità di agire proprio sulla composizione e l’equilibrio del microbiota intestinale per provare a lenire i potenziali danni a vescica, uretra e persino agli ureteri, nel solco di quanto si sa già nel caso delle enterocoliti da Clostridioides difficile, in associazione inversa rispetto all’abbondanza dei “batteri buoni” – i batteri commensali - del microbiota intestinale.

Per rendere feconda questa linea di ricerca servono però dati e finora pochi studi hanno studiato la fase iniziale dello sviluppo delle infezioni alle vie urinarie nel corpo umano, al di là del sesso, e il ruolo che può avere il microbiota intestinale. Uno dei gruppi che lavora in questo solco è quello della Weill Cornell Medicine, l’unità di ricerca biomedica della prestigiosa Cornell University di New York. In questo centro, ad esempio, si è riusciti a delineare, in studi pilota, l’associazione tra l’abbondanza di Enterococcus spp. nelle vie urinarie con quella dell’enterococco intestinale. In un altro studio, di natura pediatrica, si è trovata invece l’associazione tra le popolazioni di Escherica coli nei due apparati.

Spesso questi studi avvengono su pazienti operati per il trapianto del rene, una popolazione maggiormente esposta alle infezioni delle vie urinarie e per questo maggiormente monitorata. In centro trapianti infatti vengono eseguite colture di urina ad ogni visita clinica, il che consente una registrazione dettagliata della batteriuria. In un recente studio, i ricercatori della Cornell hanno raccolto per questo tipo di pazienti anche dei campioni di feci per monitorarne il micriobioma. Il risultato è stato che il ceppo di E. coli nelle urine era geneticamente simile a quello dei campioni fecali: un forte indizio che l'intestino sia fonte primaria dei batteri responsabili delle infezioni alle vie urinarie.

La fase successiva affrontata dai ricercatori americani è stata quella di rapportare l’abbondanza relativa dei taxa batterici commensali con lo sviluppo delle infezioni urinarie da Enterobacteriaceae. Lo studio e stato condotto su 168 pazienti a cui era stato trapiantato il rene (51 di essi hanno sviluppato batteriura, 117 no) e ha permesso di identificare come alte abbondanze relative di Faecalibacterium e Romboutsia sono associate a un rischio più basso di batteriuria nelle urine. Gli scienziati americani ipotizzano che il meccanismo sia dovuto alla produzione di acidi grassi a catena corta con cui i batteri commensali potrebbero inibire la crescita degli enterobatteri.

Naturalmente la ricerca è solo agli inizi ma potrebbe essere un passo verso un nuovo approccio terapeutico che potrebbe agire sulla modulazione del microbiota intestinale tramite trapianto microbico fecale, per intervenire a livello delle vie urinarie in chi ha infezioni da Enterobacteriaceae ricorrenti.


Fonte: https://www.tandfonline.com/doi/full/10.1080/19490976.2020.1805281?scroll=top&needAccess=true



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