Abbiamo un vuoto normativo per i tatuaggi con finalità medica

I tatuaggi che hanno uno scopo medico e sanitario sono tutt’oggi in una condizione di scarsa regolamentazione, nonostante abbiano numerosissime applicazioni per la salute fisica, l’aspetto estetico, il benessere e l’accettabilità sociale di tante persone affette da varie patologie. Un tema di cui spesso si parla poco, proprio perché – come nel classico esempio del cane che si morde la coda – la mancanza di norme chiare fa sì che il settore resti di fatto sottotraccia ed estraneo agli ambienti sanitari.

Eppure, le applicazioni sono quasi infinite. Camouflage di cicatrici atrofiche, ipertrofiche e cheloidi, tatuaggi della cornea, ricostruzione a seguito di impianto gengivale, interventi estetici contro vitiligine, alopecia areata, gli effetti della radioterapia oncologica e gli esiti cicatriziali della labiopalatoschisi sono solo alcuni esempi. A cui si aggiungono i cosiddetti tatuaggi salvavita medical-alert con il nome o il simbolo della propria malattia cronica, la dermopigmentazione come alternativa per il trattamento del nevus flammeus, ossia la malformazione che coinvolge i vasi capillari della cute e del cuoio capelluto, e ancora le applicazioni intralesionali di farmaci per il trattamento di verruche virali.

Senza scordare che, anche quando si tratta di tatuaggi artistici o di trucco permanente, questi interventi apparentemente solo estetici possono avere lo scopo di coprire delle condizioni patologiche della propria cute, di riottenere l’aspetto tipico della pelle o di completare fino al livello dell’epidermide gli interventi di chirurgia ricostruttiva. Il cosiddetto trucco permanente può servire allo scopo di ricostruire ciglia e sopracciglia, o per realizzare un camouflage delle cicatrici nei pazienti oncologici o che hanno compromesso i propri peli del volto a causa di altre patologie.

Il tatuaggio con finalità medica cambia completamente il campo di applicazione rispetto a quello artistico, perché riguarda persone che hanno un preciso bisogno estetico. Di fatto si tratta di una procedura medica vera e propria, perché si interviene per fare recuperare l’aspetto estetico gradito e quindi ripristinare il benessere del paziente anche dal punto di vista psicologico e dell’accettabilità sociale.

A oggi la lingua italiana è più avanti della legge. Di frequente nella letteratura scientifica si utilizzano termini come dermopigmentazione, micropigmentazione e dermatografia, che sottintendono nel loro essere tecnici la presenza di un know how specifico e quindi di un valore clinico dei trattamenti.

Ma il settore è di fatto non regolamentato, tanto che l’unico inquadramento normativo riguarda il tatuaggio per pigmentazione del complesso areola-capezzolo, per il quale nel 2019 il Ministero della salute ha chiarito che la procedura può essere eseguita solo da chi esercita una professione sanitaria all’interno di una struttura sanitaria accreditata. Non esiste una definizione specifica di professione sanitaria indicata, ma perlomeno si sottolinea la necessita di rivolgersi a persone con una formazione certificata. Mancano comunque indicazioni sulla struttura degli eventuali corsi destinati a preparare figure professionali ad hoc.

La mancanza di una disciplina chiara fa sì che i trattamenti vengono spesso svolti all’esterno delle strutture sanitarie e da parte di operatori non qualificati, rappresentando come ovvio un rischio aggiuntivo per i pazienti, che sono anche sprovvisti di garanzie. Un aspetto ancora più rilevante se si pensa che, soprattutto grazie a innovazioni recenti, le tecniche per i tatuaggi possono essere impiegate anche per somministrare farmaci a pazienti in specifiche condizioni.

Fonti:
Annuali dell’Istituto Superiore di Sanità, 2020
https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/33346170/

Annuali dell’Istituto Superiore di Sanità, 2017
https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/29297864/

Clinics in Dermatology, 2007
https://www.sciencedirect.com/science/article/abs/pii/S0738081X07001071




 

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