Avere dolore nella fase - 3 

La gestione dei pazienti con dolore cronico al tempo della pandemia è un'urgenza nell'urgenza: secondo i dati di Aisd, l’Associazione italiana per lo studio del dolore, più di un quarto dei nostri connazionali soffre di dolore cronico di natura non oncologica.

Si tratta in particolare del 26% della popolazione, pari a circa 16 milioni di persone, di cui il 20% ha una sofferenza che si prolunga da almeno vent’anni e il 35% dichiara di sentire il male di continuo. Numeri, questi, ancora più rilevanti nel contesto di un’emergenza sanitaria pandemica, in cui come noto la Covid-19 ha preso il sopravvento su tutte le altre priorità sanitarie, penalizzando molte direzioni di cura e trattamento.
Le forme di dolore benigno (artrosi, lombalgie, mal di schiena, ernie, artriti reumatoidi, cefalee, etc) non sono certo state cancellate dal Sars-Cov-2.

Anzi, si sono acutizzate proprio per via del lockdown. La sospensione delle attività ambulatoriali, dei ricoveri non urgenti, dei controlli periodici e anche degli interventi procrastinabili ha sì consentito di contenere più efficacemente la diffusione del virus, ma allo stesso tempo ha aggravato altre situazioni pregresse.
A trasformare un dolore occasionale in una forma cronica non è infatti solo il “naturale” trascorrere del tempo e la degenerazione progressiva di una condizione problematica. In molti casi la cronicità (ossia il permanere di un dolore acuto per più di tre mesi) si raggiunge a causa di un difetto nell’intervento medico, di una sbagliata diagnosi fino al caso estremo in cui – come accaduto con le fasi 1 e 2 – il dolore viene del tutto ignorato e non trattato.
La causa della cronicità, infatti, va spesso ricercata nella cosiddetta plasticità maladattiva, ossia una modifica nelle vie nocicettive (quelle su cui il dolore viaggia, per dirla in modo figurato) fino al punto da rendere il dolore definitivamente non più trattabile. Le terapie contro il dolore e contro la sua cronicizzazione non possono essere né interrotte all’improvviso – poiché possono insorgere effetti collaterali – né posticipate troppo a lungo, perché se si interviene troppo tardi il dolore può diventare irreversibile e permanere pure dopo che ne è stata rimossa la causa, proprio per via del comportamento plastico (e non elastico) delle vie nocicettive.
Di fronte alle difficoltà nella gestione dei pazienti durante il lockdown sono state intraprese alcune iniziative specifiche. Ad esempio, i Centri di terapia del dolore hanno attivato dei percorsi ad hoc per i casi più urgenti, soprattutto per chi aveva subito recenti interventi chirurgici. Sono stati potenziati i sistemi di assistenza tramite telefonate e videochiamate, sostituendo parte dell’attività in ambulatorio con forme di teleassistenza. Il tutto anche per combattere il senso di abbandono e la solitudine di molti pazienti, che possono finire per rendere il dolore benigno ancora più insopportabile.
Le visite e i consulti però restano indispensabili. Per la fase 3, ma in generale in qualsiasi momento, gli esperti ritengono essenziale anzitutto organizzare i pazienti per fasce di urgenza e di necessità, in modo da poter stabilire in modo sensato le priorità di assistenza.
Almeno per il livello di massima gravità, dicono, l’assistenza di base deve essere garantita in qualsiasi fase. Ma è prevedibile che una parte della gestione dei pazienti continuerà a essere da remoto e mediata dalla tecnologia, e che il design dell’ambulatorio e la gestione dell’agenda delle visite siano da ridefinire sulla base della nuova normalità in cui i pazienti sono mediamente più titubanti nel rivolgersi a medici e strutture ospedaliere per la paura del contagio.






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