I medici non incapperanno più in un reato se compiranno una “colpa lieve”. La decisione della quarta sezione penale della Cassazione, toglie infatti dall'ambito penale questo tipo di colpa nel lavoro del medico. Rimane però da definire l'ambito in cui è possibile distinguere la “lievità” dalla “gravità”.
La sentenza è l'applicazione della cosiddetta riforma Balduzzi, quel corpus di disposizioni volute dal ministro uscente che vogliono promuovere lo sviluppo del Paese mediante un più alto livello di tutela della salute. «Tutti coloro che avevano definito in modo negativo le norme del decreto devono ricredersi dopo la pronuncia della IV sezione della Corte Suprema di Cassazione. - ha detto il ministro - Essa costituisce un primo passo verso una maggiore serenità nello svolgimento delle prestazioni sanitarie da parte dei professionisti delle professioni sanitarie. In tal modo si individuano le inappropriatezze dovute alla medicina difensiva e, inoltre, con maggiore serenità dei professionisti sanitari, si hanno maggiori garanzie per i pazienti e quindi maggior tutela del diritto alla salute».
La decisione dei giudici si riferisce all'annullamento con rinvio della condanna per omicidio colposo nei confronti di un chirurgo che operando un ernia al disco aveva causato un’emorragia che aveva portato alla morte il paziente. Prima di procedere, i giudici ritengono necessario valutare se il medico abbia operato nell'ambito delle linee guida “purché esse siano accreditate dalla comunità scientifica”. In tal caso, la sua colpa sarebbe “lieve” e la conseguenza una rilevanza non penale dell'illecito.
«La sentenza dimostra che il tentativo legislativo rappresentato dalla legge Balduzzi, non è stato vano – ha commentato Costantino Troise, segretario dell'Associazione dei medici dirigenti ANAAO Assomed - ma pone anche il problema dell’accreditamento univoco delle linee guida». Amedeo Bianco, presidente della Federazione degli Ordini dei medici si pone le stesse preoccupazioni: «Si pone appunto il problema, allo stato attuale, della mancanza di un sistema centralizzato, magari un ente terzo, incaricato dell’accreditamento delle linee guida». Esiste poi un altro problema per il mondo dei camici bianchi. Come suggerisce Maurizio Maggiorotti, presidente dell’Associazione medici vittime di malpractice (Amami): «Il rischio boomerang è che, da qui a breve, gli avvocati dei vari pazienti tenteranno di dimostrare in tutti i casi la colpa grave del medico ospedaliero».